Appuntamenti estivi in patronato

Stefano Callegaro

In allegato la locandina delle serate estive proposte dal NOI

  • Sabato 25 giugno: Gioca con NOI
  • Sabato 9 luglio: Festa del melone
  • Sabato 6 agosto: Aperipizza
  • Sabato 3 settembra: Note d'estate

Scritto da Stefano Callegaro
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Notizie principali:

Omelia Corpus Domini papa Francesco

Di seguito il testo dell'omelia di Papa Francesco dell'omelia in occasione della solennità del Corpud Domini del 2021.

Gesù manda i suoi discepoli perché vadano a preparare il luogo dove celebrare la cena pasquale. Erano stati loro a chiedere: «Maestro, dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?» (Mc 14,12). Mentre contempliamo e adoriamo la presenza del Signore nel Pane eucaristico, siamo chiamati anche noi a domandarci: in quale “luogo” vogliamo preparare la Pasqua del Signore? Quali sono i “luoghi” della nostra vita in cui Dio ci chiede di essere ospitato? Vorrei rispondere a queste domande soffermandomi su tre immagini del Vangelo che abbiamo ascoltato (Mc 14,12-16.22-26).

La prima è quella dell’uomo che porta una brocca d’acqua (cfr v. 13). È un dettaglio che sembrerebbe superfluo. Ma quell’uomo del tutto anonimo diventa la guida per i discepoli che cercano il luogo che poi sarà chiamato il Cenacolo. E la brocca d’acqua è il segno di riconoscimento: un segno che fa pensare all’umanità assetata, sempre alla ricerca di una sorgente d’acqua che la disseti e la rigeneri. Tutti noi camminiamo nella vita con una brocca in mano: tutti noi, ognuno di noi ha sete di amore, di gioia, di una vita riuscita in un mondo più umano. E per questa sete, l’acqua delle cose mondane non serve, perché si tratta di una sete più profonda, che solo Dio può soddisfare.

Seguiamo ancora questo “segnale” simbolico. Gesù dice ai suoi che dove li condurrà un uomo con la brocca d’acqua, là si potrà celebrare la Cena della Pasqua. Per celebrare l’Eucaristia, dunque, bisogna anzitutto riconoscere la propria sete di Dio: sentirci bisognosi di Lui, desiderare la sua presenza e il suo amore, essere consapevoli che non possiamo farcela da soli ma abbiamo bisogno di un Cibo e di una Bevanda di vita eterna che ci sostengono nel cammino. Il dramma di oggi – possiamo dire – è che spesso la sete si è estinta. Si sono spente le domande su Dio, si è affievolito il desiderio di Lui, si fanno sempre più rari i cercatori di Dio. Dio non attira più perché non avvertiamo più la nostra sete profonda. Ma solo dove c’è un uomo o una donna con la brocca per l’acqua – pensiamo alla Samaritana, per esempio (cfr Gv 4,5-30) – il Signore può svelarsi come Colui che dona la vita nuova, che nutre di speranza affidabile i nostri sogni e le nostre aspirazioni, presenza d’amore che dona senso e direzione al nostro pellegrinaggio terreno. Come già notavamo, è quell’uomo con la brocca che conduce i discepoli alla stanza dove Gesù istituirà l’Eucaristia. È la sete di Dio che ci porta all’altare. Se manca la sete, le nostre celebrazioni diventano aride. Anche come Chiesa, allora, non può bastare il gruppetto dei soliti che si radunano per celebrare l’Eucaristia; dobbiamo andare in città, incontrare la gente, imparare a riconoscere e a risvegliare la sete di Dio e il desiderio del Vangelo.

La seconda immagine è quella della grande sala al piano superiore (cfr v. 15). È lì che Gesù e i suoi faranno la cena pasquale e questa sala si trova nella casa di una persona che li ospita. Diceva don Primo Mazzolari: «Ecco che un uomo senza nome, un padrone di casa, gli presta la sua camera più bella. […] Egli ha dato ciò che aveva di più grande perché intorno al grande sacramento ci vuole tutto grande, camera e cuore, parole e gesti» (La Pasqua, La Locusta 1964, 46-48).

Una sala grande per un piccolo pezzo di Pane. Dio si fa piccolo come un pezzo di pane e proprio per questo occorre un cuore grande per poterlo riconoscere, adorare, accogliere. La presenza di Dio è così umile, nascosta, talvolta invisibile, che ha bisogno di un cuore preparato, sveglio e accogliente per essere riconosciuta. Invece se il nostro cuore, più che a una grande sala, somiglia a un ripostiglio dove conserviamo con rimpianto le cose vecchie; se somiglia a una soffitta dove abbiamo riposto da tempo il nostro entusiasmo e i nostri sogni; se somiglia a una stanza angusta, una stanza buia perché viviamo solo di noi stessi, dei nostri problemi e delle nostre amarezze, allora sarà impossibile riconoscere questa silenziosa e umile presenza di Dio. Ci vuole una sala grande. Bisogna allargare il cuore. Occorre uscire dalla piccola stanza del nostro io ed entrare nel grande spazio dello stupore e dell’adorazione. E questo ci manca tanto! Questo ci manca in tanti movimenti che noi facciamo per incontrarci, riunirci, pensare insieme la pastorale… Ma se manca questo, se manca lo stupore e l’adorazione, non c’è strada che ci porti al Signore. Neppure ci sarà il sinodo, niente. Questo è l’atteggiamento davanti all’Eucaristia, di questo abbiamo bisogno: adorazione. Anche la Chiesa dev’essere una sala grande. Non un circolo piccolo e chiuso, ma una Comunità con le braccia spalancate, accogliente verso tutti. Chiediamoci questo: quando si avvicina qualcuno che è ferito, che ha sbagliato, che ha un percorso di vita diverso, la Chiesa, questa Chiesa, è una sala grande per accoglierlo e condurlo alla gioia dell’incontro con Cristo? L’Eucaristia vuole nutrire chi è stanco e affamato lungo il cammino, non dimentichiamolo! La Chiesa dei perfetti e dei puri è una stanza in cui non c’è posto per nessuno; la Chiesa dalle porte aperte, che festeggia attorno a Cristo, è invece una sala grande dove tutti – tutti, giusti e peccatori – possono entrare.

Infine, la terza immagine, l’immagine di Gesù che spezza il Pane. È il gesto eucaristico per eccellenza, il gesto identitario della nostra fede, il luogo del nostro incontro con il Signore che si offre per farci rinascere a una vita nuova. Anche questo gesto è sconvolgente: fino ad allora si immolavano agnelli e si offrivano in sacrificio a Dio, ora è Gesù che si fa agnello e si immola per donarci la vita. Nell’Eucaristia contempliamo e adoriamo il Dio dell’amore. È il Signore che non spezza nessuno ma spezza Sé stesso. È il Signore che non esige sacrifici ma sacrifica Sé stesso. È il Signore che non chiede nulla ma dona tutto. Per celebrare e vivere l’Eucaristia, anche noi siamo chiamati a vivere questo amore. Perché non puoi spezzare il Pane della domenica se il tuo cuore è chiuso ai fratelli. Non puoi mangiare questo Pane se non dai il pane all’affamato. Non puoi condividere questo Pane se non condividi le sofferenze di chi è nel bisogno. Alla fine di tutto, anche delle nostre solenni liturgie eucaristiche, solo l’amore resterà. E fin da adesso le nostre Eucaristie trasformano il mondo nella misura in cui noi ci lasciamo trasformare e diventiamo pane spezzato per gli altri.

Fratelli e sorelle, dove “preparare la cena del Signore” anche oggi? La processione con il Santissimo Sacramento – caratteristica della festa del Corpus Domini, ma che per il momento non possiamo ancora fare – ci ricorda che siamo chiamati a uscire portando Gesù. Uscire con entusiasmo portando Cristo a coloro che incontriamo nella vita di ogni giorno. Diventiamo una Chiesa con la brocca in mano, che risveglia la sete e porta l’acqua. Spalanchiamo il cuore nell’amore, per essere noi la sala spaziosa e ospitale dove tutti possano entrare a incontrare il Signore. Spezziamo la nostra vita nella compassione e nella solidarietà, perché il mondo veda attraverso di noi la grandezza dell’amore di Dio. E allora il Signore verrà, ci sorprenderà ancora, si farà ancora cibo per la vita del mondo. E ci sazierà per sempre, fino al giorno in cui, nel banchetto del Cielo, contempleremo il suo volto e gioiremo senza fine.

Stefano Callegaro

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Raccolta fondi Ucraina

In allegato il messaggio di ringraziamento per la raccolta fondi a favore dell'Ucraina del 2/3 e 9/10 aprile.

Stefano Callegaro

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Messaggio del vescovo e del rettore per la Festa del Santo

Carissimi fratelli e sorelle, in questo giorno di festa per la Chiesa di Padova, in cui ricordiamo solennemente Sant’Antonio, desideriamo condividere con tutti voi questo messaggio di augurio e di reciproco affidamento al Signore. È festa non solo per Padova, ma anche per tutti coloro che, provenienti da tutto il mondo, si fanno pellegrini presso la Basilica del Santo; oppure si uniscono in preghiera dalle loro case; a tutti sono rivolte queste parole di fiducia e d’incoraggiamento

Sant’Antonio di Padova è conosciuto in tutto il mondo per i segni prodigiosi che, sin da quando era in vita, si sono verificati grazie alla sua intercessione. Ci sembra che il primo segno che ancora oggi continua ad attuarsi sia proprio la comune manifestazione di affetto che si stringe attorno a lui. Nonostante il trascorrere dei secoli, continua a zampillare la sorgente di devozione nei confronti di Sant’Antonio e tantissime persone si trovano fianco a fianco pur non conoscendosi, ispirate dai medesimi sentimenti. La Chiesa è anche questo, popolo di fedeli che, dalle più diverse parti della terra, tessono fili di comunione, innalzano lodi al Signore, trovano forza e slancio per pregare. Un «prodigio di coralità»: ecco ciò che ci meraviglia sempre. Sant’Antonio ci ricorda che non si può essere cristiani da soli; che i discepoli e le discepole di Gesù fanno famiglia, fanno comunità.

Altra ragione di stupore è poter constatare l’incessante pellegrinare di moltissime persone che si mettono in viaggio, che spesso percorrono lunghi tragitti a piedi e che lungo il loro cammino pregano, si confidano vicendevolmente, si scambiano sogni e timori. Camminare: questo è un tratto quanto mai suggestivo dell’esperienza credente. Nessuno è mai arrivato alla meta una volta per tutte; sempre si può ricominciare, ripartire; sempre si annunciano a noi promesse che meritano di essere ulteriormente accolte, per riprendere il pellegrinaggio. Il cammino ci ricorda esattamente questo: che, per quanti errori noi possiamo aver compiuto, sempre ci sarà data la possibilità di risollevarci. Ma ci dice anche che, per quanto noi possiamo arrivare lontani, il Signore saprà spingerci oltre, attirarci a sé con il fascino della sua bontà; ci solleciterà a metterci sulle sue tracce senza stancarci mai. Pellegrini e – perché no? – esploratori curiosi: così desideriamo essere, uomini e donne animati dalla speranza.

«Popolo» e «viaggio», dunque. Coralità e cammino! Sono esattamente i due «poli» a cui desidera dar voce il dinamismo sinodale che sta vivendo anche questa nostra Chiesa di Padova. Siamo invitati ad iniziare un percorso di discernimento che aiuterà la nostra comunità diocesana a vivere più intensamente la missione che il Signore ci ha affidato. Nella lettera di indizione ci è stato ricordato che non si tratta di fare cose nuove, ma di rendere nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5), cioè di dare un’anima a ciò che facciamo per il Signore, con quella freschezza e semplicità che il Vangelo esige e che deriva dal rimanere in Lui con gioia. Questa è la missione della Chiesa! Lo abbiamo ormai scoperto, ma desideriamo evidenziarlo ancora: indipendentemente dai «risultati» che si potranno raggiungere attraverso il Sinodo, un frutto buono lo possiamo già assaporare agli inizi: camminare insieme è già segno luminoso di Vangelo. È già un trasparente atto di fede, perché esprime la nostra fiducia nello Spirito di Dio che, sin dalle origini della Chiesa, ha parlato a comunità raccolte in preghiera, o radunate per capire e compiere decisioni. Quanto più saranno le voci a cui sarà dato diritto di cittadinanza, tanto maggiori saranno le «garanzie» che è lo Spirito del Signore a parlare, a farsi presente. Per questo ringraziamo il Signore!

Ci piacerebbe che anche in noi, nelle nostre comunità e famiglie riprendesse vigore, almeno un po’ di vigore, qualcosa di ciò che ardeva nel cuore di Sant’Antonio: il suo amore infinitamente grato per il Signore Gesù. Questo è stato costantemente il suo tesoro più grande, la sua passione dominante: rimanere fedelmente attaccato a Gesù, nell’intimità di un’amicizia bellissima e vitale con lui; e risvegliare in coloro che incontrava la medesima aspirazione a vivere, con il Salvatore, un rapporto profondo e vero.

Non possiamo inoltre dimenticare come la potentissima parola di Sant’Antonio si sia sempre espressa con mirabile onestà e potenza. Ci raccontano i suoi primi biografi che, quale vero discepolo di San Francesco d’Assisi, amava l’agire più che il parlare: si faceva «compagno degli umili molto volentieri, piuttosto che assidersi sulla cattedra di maestro». Ciononostante non ha mai rinunciato a predicare il Vangelo, consapevole di come una parola efficace sia in grado di risvegliare le coscienze, di illuminare i cuori. «Nessuna adulazione di favore umano riusciva a carezzarlo; ma parlando ai grandi e agli umili riusciva a colpire ciascuno in giusta misura con la freccia della verità». Possiamo certamente pensare che la parola di Sant’Antonio fosse tanto efficace anche a motivo della sua coerenza; prima di parlare, agiva. Ed è assai nota la sua affermazione: «Cessino, vi prego, le parole; parlino le opere».

Desideriamo chiedere al Signore che ancora oggi possano innalzarsi tante voci come quella di Antonio. Non smaniose di esibirsi o di avere ragione, ma animate dall’intimo desiderio di consolare, benedire, sostenere passi vacillanti, ridestare sogni di pace.

La pace! Come non chiedere questo dono, oggi? Chiediamo a Sant’Antonio di intercedere presso il Signore affinché ogni terra martoriata dalla violenza possa essere visitata dalla pace. Sono tante le popolazioni che soffrono: o perché minacciate quotidianamente dalle armi, o perché scandalosamente sfruttate dai potenti, o perché dimenticate nell’indifferenza, lasciate in balìa di ostilità distruttive, in preda a forze che sembrano inarrestabili. Manda, o Signore il tuo angelo di pace!

Ma vogliamo, con tutte le forze, iniziare noi per primi a deporre le armi delle competizioni, delle maldicenze velenose, delle sciocche rivendicazioni, dei ciechi arrivismi. Che Sant’Antonio ridesti ogni nostra energia addormentata affinché possiamo rendere più bella la vita degli altri, alleggerire il peso che grava sulle spalle delle persone che incontriamo ogni giorno; ci aiuti a gettare ponti di comunione, a sciogliere ogni durezza, a tendere mani accoglienti.

Sant’Antonio: inquietaci almeno un poco e rendici fratelli e sorelle coraggiosamente fantasiosi nell’intuire inedite strategie di riconciliazione laddove sembra inutile ogni sforzo di pace. Sia questo, oggi, il tuo «miracolo» più grande e più bello: la pace! Conta su di noi!

+ Claudio Cipolla,Vescovo di Padova                                                     Fra Antonio Ramina, Rettore della Basilica del Santo

Stefano Callegaro

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